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Achille Varzi: il pilota della “Magica squadra”

Giovedì 1 luglio 1948. Svizzera. Berna. Durante il fine settimana si svolgerà il Gran Premio Automobilistico della Svizzera. E’ il giorno delle prove sul circuito di Bremgarten.  Un tracciato semipermanente ricavato in mezzo ad un bosco. Poco più di sette chilometri di curve, saliscendi, dal fondo irregolare e ricco di zone d’ombra e di piena luce provocate dagli alberi che si trovano sul ciglio della strada. Ritenuto uno dei più belli del vecchio continente. Ma anche il più pericoloso. E quel giorno a rendere la pista ancora più insidiosa piove. Il quarantaquattrenne Achille Varzi, campione delle quattro ruote, sapeva di avere gli occhi puntati sulla sua rossa Alfa Romeo 158. Lui è un perfezionista, un gran collaudatore e tecnico. Un pilota completo. La sua guida pulita, mai un traverso. Sempre con il “piede giù”, sfidando le regole della fisica. I suoi eroi erano stati i grandi campioni della guida del tempo: Lancia, Cagno, Nazzaro.

E Varzi, nato a Galliate nei primi anni del nuovo secolo, vuole essere sicuro che tutto sia a posto. Ha terminato il suo lavoro. Rientra ai box. Quasi smette di piovere. Decide diversamente. Vuole ritornare in pista: deve provare la tenuta sotto la pioggia dei nuovi occhiali. Con un balzo è nuovamente sul sedile della 158. Parte, va tranquillo, pennella le curve disegnando traettorie morbide. Non spinge troppo. Con lui in pista ci sono anche i compagni della “Magica squadra” Trossi e Wimille. Si rincorrono, senza cattiveria, stanno “provando”. Sono alla curva Jordenrampe, ritenuta la più infida delle curve del circuito, quella che nelle prime ore del pomeriggio è stata fatale al motociclista Omobono Tenni. Varzi non va forte. Ha già provato tutte le soluzioni. Ma ecco che un’improvvisa nuvola d’acqua avvolge Varzi e la sua auto. Involontariamente è stato Wimille a provocarla. L’Alfa non risponde ai comandi. Patina fuori strada. Urta un albero, poi un terrapieno. Carambola, capotta e resta rovesciata. Il pilota imprigionato viene raccolto esamine. Così si conclude la sua carriere e Achille Varzi diventava leggenda. Un campione che aveva debuttato nel 1922 nelle moto aiutato dal padre Menotti e in cerca di emulare le gesta dei suoi fratelli Angioletto e Anacleto. Lui però aveva una marcia in più. Fa il suo esordio nella squadra della Moto Bianchi. Nel 1928 il passaggio alle auto è inevitabile. Inizia con la Bugatti in squadra con Tazio Nuvolari. Acquista un’Alfa Romeo P2. Ritorna a stringere il volante della Bugatti. Arriva la chiamata di Enzo Ferrari e diventa ufficiale dell’Alfa Romeo. Ma dopo appena un anno passa a correre per l’Auto Union con la nuova auto di Ferdinand Porsche. Questo cambio di casacca non è gradito dalle folle dell’italica penisola. Era il periodo pionieristico dello sport dei motori, ma era già famoso il detto “Donne e motori, gioie e dolori”. Si innamora, ricambiato, della bellissima dama tedesca Ilse Hubitsch già moglie del pilota Paul Pietsch. Alcuni problemi fisici e cure inadeguate gli fanno perdere credibilità e agonismo. L’Alfa Romeo gli ridà un’altra possibilità. Ritorna pimpante e vincitore. I due titoli italiani vinti e le 37 vittorie nei principali Gran Premi d’Europa sono il suo biglietto da visita. Fa anche il salto dell’Oceano. Prima di quel nefasto 1948 aveva effettuato un “giro” nell’America del Sud. Anche dall’altra parte del mondo consensi e vittorie. La sua Alfa Romeo 12C passò per prima sotto la bandiera a scacchi al Gran Premio di Interlagos. L’ultima grande impresa firmata Achille Varzi.

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