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Cesare Gerolimetto: partire e andare a vedere

Ha visto il mondo, nel suo caso lo si può ben dire, anzi sottolineare. Percorso e raccontato. Da Nord a Sud, da Est a Ovest, meridiani e paralleli attraversati più volte, quasi fossero un filo conduttore della sua esistenza. Ha viaggiato quando l’epoca dei charter era di là da venire e il viaggio significava fatica e avventura.
Partire e andare a vedere. In questa frase è riassunta la filosofia di Cesare Gerolimetto, bassanese, 77 anni solo sulla carta d’identità, una ventina in meno d’aspetto. Le rughe sul volto, la barba bianca, gli occhi mobilissimi, i segni distintivi di un modo di vivere fuori dagli schemi. Con la passione e la curiosità a fare da propulsore al suo vagabondare.
Gerolimetto è uno dei più conosciuti e apprezzati fotografi naturalistici del mondo. Le sue fotografie, o meglio opere, sono state pubblicate su Epoca, Airone, Gente Viaggi, Panorama, Meridiani, in Italia, fino a finire sulle pagine di Time Usa e soprattutto National Geographic, il traguardo per ogni fotografo di paesaggi. Più di trenta libri firmati, la gran parte sul Veneto, quello vero, nascosto, segreto. E la sua opera continua. Ancora più intensa, ancora più approfondita.
Fu la passione per i motori ad innescare il percorso della sua carriera. Tutto nacque assistendo alla Mille Miglia.
“Ricordo che papà mi portava in Corso Palladio a Vicenza. I bolidi che passavano velocissimi in mezzo alle case, la gente festante, mi rimasero dentro. Ma ancora di più fui stregato dal rombo, anzi dal suono dei motori…”. Prese la patente a 18 anni esatti, il 25 aprile 1957.
Un tipo speciale Cesare Gerolimetto.
Un giorno si presentò da Ottone, la vecchia birreria di Bassano, con una Fiat Abarth 850. Bella e cattiva. Era un venerdì pomeriggio, aveva appena finito di lavorare nell’azienda conciaria di famiglia.
“Tosi, vado a Istanbul…”, disse serio. Gli amici, seduti attorno ad un tavolo, si misero a sghignazzare. “Istanbul? Ma va là, ‘ste cazzate valle a raccontare ad altri…”.
Istanbul. Era talmente lontana, fuori da ogni possibilità, che sembrò una balla colossale.
Cesare non ci fece caso, uscì dal locale, mise in moto e scomparve. Si fece vedere la settimana successiva. Gli amici si erano già dimenticati della boutade. Fu lui a ritornare sull’argomento.
“Bellissima Istanbul…”, esclamò tranquillamente. L’attenzione ritornò su di lui. Risate e vaffa si sprecarono.
Dagli sberleffi all’ammirazione però il passo fu breve. Avvenne quando una cartolina, spedita dalla città della Turchia, si materializzò. “E’ arrivata questa per voi…”, disse il cameriere della birreria al solito gruppo di appassionati di motori che affollavano il locale. C’era il timbro, e la firma di Cesare, sotto la frase “ciao tosi. Come dire:”Avete visto?”.
Lo stupore fu grande. Iniziò ad essere preso sul serio.
Fu solo l’inizio di una lunga serie di viaggi che parevano impossibili da realizzare in pochi giorni. Mosca, Amsterdam, Belgrado… La metà degli Anni Sessanta.
A Cesare piaceva guidare, era curioso, si interessava di tutto e soprattutto aveva una resistenza disumana. I rally furono il logico palcoscenico.
Nel 1968, proprio sulle strade del San Martino di Castrozza, assieme a Franco Pianezzola, Gerolimetto si classificò nono assoluto alla guida di una Fiat 124 spider. Poi un sesto posto assoluto al 999 minuti a Novara, con una Fiat 125, assieme a Renato Sonda, risultati dei quali andare fieri in gare che avevano nella durezza il marchio di fabbrica. Proprio partecipando ai rally che Gerolimetto fu folgorato sulla “via di Damasco”.
“Mi dissi: perché spendere soldi per correre quando potrei investirne di meno per viaggiare e conoscere il mondo?”.
Detto, fatto ed eccolo partire nel 1969 per Kathmandu.
Aveva allestito la 124 berlina bianca, con la quale andava a lavorare.

“Erano tempi in cui a sud di Belgrado le strade asfaltate cessavano e iniziavano quelle sterrate. E poi c’erano le piste…nient’altro”.
Nel 1972 Gerolimetto si inventò il periplo dell’Africa, 48mila chilometri, con una Jeep Commando. Cinque mesi di viaggio, attraverso deserti, savane, foreste…
Aveva percorso Europa e Asia, l’intera Africa. Al termine dell’avventura nel continente nero, Cesare Gerolimetto si fermò a riflettere.
“E adesso?, mi chiesi. Per fare qualcosa di diverso non mi resta che il mondo intero”.
Con quale mezzo?, l’altro interrogativo. Gerolimetto doveva stare lontano da casa anni, non mesi, come le esperienze precedenti. Le caratteristiche quindi dovevano essere di un veicolo molto robusto, quattro ruote motrici, grande a sufficienza. Un camion, ecco cosa ci voleva.
La scelta cadde sull’Iveco 75 PC, un mezzo dalle dimensioni contenute, particolare anche questo molto importante per poter avanzare sulle piste e pietraie molto strette, come pure tra il fitto delle foreste. Un quattro per quattro robusto, 5184 cc di cilindrata, 6 cilindri, motore diesel, otto tonnellate di peso. Fece realizzare a Brescia un cabinato dentro il quale c’era un letto a castello, un piccolo lavello collegato al serbatoio dell’acqua e una moltitudine di armadietti adatti a contenere i viveri, ricambi e le attrezzature. Anche i serbatoi di carburante vennero modificati. Le scorte di gasolio permettevano di avere un’autonomia di 3500 chilometri. Insomma l’operazione “Un camion per il mondo” prese forma.
“Avevo calcolato che sarebbero stati necessari tre anni per portare a termine l’impresa”, spiega. Nell’impresa fu coinvolto Daniele Pellegrini, giornalista-fotografo-naturalista.
Il camion venne battezzato Antonio Pigafetta, in onore dello storiografo vicentino di Ferdinando Magellano, il navigatore portoghese che per primo circumnavigò la Terra.
Tutto iniziò il 17 agosto 1976 e l’impresa si concluse il 19 aprile 1979 a due anni e 245 giorni dalla partenza avvenuta a Vicenza. 184mila chilometri attraverso i cinque continenti, un vero e proprio record inserito nel libro dei Guinness dei primati, un limite che ancora resiste.
La grande avventura fu seguita passo passo da “Epoca”. Gerolimetto e Pellegrini realizzarono reportage a puntate sul settimanale, che aveva nelle splendide immagini il punto di forza editoriale. Fu un vero e proprio successo.
“Per la prima volta mi convinsi che era necessario documentare, trasmettere agli altri per mezzo della fotografia, le emozioni che vivevo. Iniziai così la mia attività di fotografo”, sottolinea Gerolimetto.
A distanza di cinque anni da quell’impresa, che lo aveva fatto conoscere a livello internazionale, Cesare decise che era arrivato il momento di fare il grande salto, abbandonare il lavoro, all’interno dell’azienda di famiglia, per dedicarsi anima e corpo alla fotografia. Con grande successo.
Passione, dedizione, sacrifici, cultura, sensibilità, un cocktail magico nato dai rally.

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(Tratto da “Sotto il segno dei Rally” Volume 1 di Beppe Donazzan – Giorgio Nada Editore) 

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