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Brexit: può diventare una buona notizia per l’Italia automotive

Restando nel mondo dell’auto, molti costruttori, in particolare quelli giapponesi, hanno investito fiumi di denaro in Gran Bretagna per costruirvi stabilimenti. Nissan, Honda, Toyota esportano dal Regno Unito verso l’Europa la maggior parte della produzione.
E poi ci sono i tedeschi, con Opel, i cui modelli che nascono oltre La Manica, si chiamano Vauxhall e sono gli stessi che il costruttore, che fa capo General Motors, realizza in Europa.
Bmw ha dovuto mantenere nel Regno Unito i siti di Mini e Rolls-Royce. E lo stesso ha fatto Tata quando si é presa Jaguar e Land Rover, e il Gruppo Volkswagen con Bentley.
Detto questo,  e tenuto conto della forte radicazione dei marchi britannici nel Regno Unito (“l’identità e il nostro Dna sono inglesi – ha ricordato di recente l’ad di Jaguar Land Rover Italia, Daniele Maver – e inglesi restano e resteranno, Brexit o non Brexit”).
Ecco, allora, che l’uscita dalla Gran Bretagna dall’Ue, se le conseguenze dovessero far risultare non più conveniente produrvi, potrebbero riguardare in primis i giapponesi,  e non i locali, anche se Jaguar Land Rover sta ampliando i suoi orizzonti, investendo dalla Cina al Brasile e alla Slovenia, senza però pensare di tradire le sue origini.
Fari puntati sui giapponesi, dunque, che anni fa scelsero il Regno Unito per costruirvi le prime “fabbriche cacciavite” grazie alla qualità hanno potuto invadere con i loro modelli il Vecchio continente. A tenere d’occhio le possibili loro mosse future dev’essere il governo italiano, pronto a realizzare ponti d’oro a chi vorrà produrre nella Penisola, ricalcando, a esempio, il modello della Serbia quando ha accolto l’investimento di Fca.
É nota a tutti la ritrosia delle Case auto (e non solo) a optare per l’Italia, nonostante geograficamente si trovi in una posizione strategica, per crearvi un polo industriale. E se prima era la vecchia Fiat a mettere i bastoni tra le ruote, ora, con il gruppo di Torino che ha ormai cambiato pelle, da rivedere – per calamitare chi vuole investire e assumere manodopera – sono il costo del lavoro, il fisco, la burocrazia e il sistema delle infrastrutture.
Impianti abbandonati, in difficoltà o da saturare (vedi Mirafiori)  ce ne sono. Anni fa Mercedes sembrava intenzionata ad accordarsi con l’allora Fiat per produrre la nuova Classe B a Cassino, poi tutto sfumò. In altri casi (Mitsubishi attraverso l’intercessione di Luigi Koelliker, l’importatore) molto tempo prima, a predire lo sbarco in Italia é stata l’armata Fiat.
Ebbene, ora questa Brexit, sempre che le condizioni per chi produce nel Regno Unito dovessero peggiorare, potrebbe riaprire i giochi per l’Italia ma anche per altri Paesi, soprattutto quelli dell’Est.
E non bisognerà farsi trovare impreparati.

1 commento
  1. FILIPPO ZANONI
    FILIPPO ZANONI dice:

    Bravo Pierluigi belle considerazioni. Purtroppo una prova generale dell’immobilismo italiano l’abbiamo già avuta: Elon Musk cerca da tempo uno stabilimento in Europa. Si sono fatte avanti (settimane fa) Francia e Germania). Dall’Italia niente: nada, zero, netu. Soprattutto in Piemonte solo un sindacalista ha portato in evidenza la cosa. C’è qualcosa che non va…

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